Sei mesi dopo

Sei mesi dopo

1º Ottobre, 1º Aprile.
Sei mesi dividono questi due giorni: la Pasqua di oggi ci ricorda l’entusiasmo di quelle 24 ore d’autunno e il dolore patito per difendere, nelle settimane che seguirono, le urne, il voto, la democrazia, l’indipendenza.
Niente è perduto, molto c’è da conquistare ancora. La lotta per il diritto di decidere è in pieno svolgimento. Faticosa, a volte estenuante, ma ancora promettente.
In questo giorno, con l’augurio che le lettrici e i lettori di #DiarioCatalano abbiano trascorso una buona Pasqua, propongo, nella traduzione del collettivo•traduim, l’editoriale odierno del direttore di VilaWeb Vicent Partal, e, a suo corredo, il video di Omnium Cultural e Assemblea Nacional Catalana, dedicato ai sei mesi dall’1-O.
Per non dimenticare. Per continuare.
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IL PROBLEMA E LA SOLUZIONE SEI MESI DOPO IL REFERENDUM

Sei mesi fa come oggi si compiva il giorno che avrebbe cambiato tutto, quel primo di ottobre che mai scomparirà dalla nostra memoria. La brutalità che lo stato spagnolo ha esercitato, con l’intenzione di frenare la volontà democratica dei catalani, ha fissato un prima e un dopo, come si vede chiaramente ogni giorno che passa. Il governo della Generalitat è stato capace di proclamare la repubblica il 27 d’ottobre, però non di arrivare al punto di difenderla nè di lasciarla difendere. Allora abbiamo perso una grande occasione, tuttavia la resistenza al colpo di stato, la vittoria del 21-D e l’internazionalizzazione galoppante del processo d’indipendenza fanno sì che questo mezzo anno sia doloroso, molto doloroso, però anche che lo si possa vedere come molto fruttuoso.

È doloroso a causa della repressione che il paese deve affrontare ogni giorno. È doloroso soprattutto a causa dell’ingiustizia che patiscono Jordi Sànchez, Jordi Cuixart, Oriol Junqueras, Joaquim Forn, Raül Romeva, Carme Forcadell, Dolors Bassa, Jordi Turull e Josep Rull. È doloroso a causa della difficile situazione di Carles Puigdemont, in esilio e ora detenuto in una prigione tedesca. È doloroso perchè Clara Ponsatí, Lluís Puig, Meritxell Serret, Toni Comín, Anna Gabriel e Marta Rovira hanno dovuto abbandonare la propria casa per poter continuare ad essere liberi. Questi sedici nomi sono oggi la bandiera della libertà, e la loro difesa è il nostro dovere più grande. Essi sono nella situazione in cui sono perchè il governo spagnolo ha rinunciato a fare politica, come la farebbe qualsiasi stato democratico, e perchè la giustizia spagnola ha fabbricato una causa scandalosa che non ha alcuna base fattuale e che risponde soltanto alla vendetta politica del nazionalismo più escludente ed estremo.

Il sacrificio di questi sedici uomini e donne, e quello di tutto il resto dei processati e quello del migliaio abbondante di persone che hanno ricevuto i colpi e le aggressioni della polizia spagnola il 1º di Ottobre non sono vani, però. Nel paese essi hanno consolidato una forza favorevole all’indipendenza come mai si era vista prima d’ora. A livello internazionale hanno generato il più grande dei cambiamenti possibili: hanno messo in luce il carattere repressivo e antidemocratico dell’ordinamento costituzionale spagnolo. E ciò sarà determinante nelle settimane e nei mesi che verranno.
Sei mesi dopo il referendum che ha cambiato tutto, in Europa si sta imponendo la percezione che la Spagna è uno stato autoritario, incapace di gestire la pluralità e di accettare un dibattito politico normale, come fanno le democrazie avanzate. La follia repressiva in cui si è chiuso il governo spagnolo affonda lo stato iberico un po’ di più ogni giorno che passa e rende impercorribile la normalizzazione della vita pubblica catalana, che Rajoy ha promesso al PSOE e alla Commissione Europea, i due alleati indispensabili e necessari per poter generare il colpo di stato mascherato da applicazione dell’articolo 155, seguito alla proclamazione dello stato indipendente.

In modo particolarmente importante, l’internazionalizzazione del procés catalano pone sul tavolo la dimensione europea del procés stesso, una dimensione che l’indipendentismo sempre aveva sottolineato come imprescindibile. Il governo spagnolo e la Commissione Europea brigavano per fare della questione catalana un ‘affare interno’ nel quale Rajoy avesse le mani libere per fare e disfare. E, in questo ambito, la sconfitta è già totale e completa, in buona parte grazie al lavoro dei politici esiliati e, specialmente, del presidente della Generalitat. La Commissione Europea continua a tenere la testa sotto la sabbia di fronte alla realtà però oggi, alla luce del Selmayrgate [lo scandalo riguardante la nomina di Martin Selmayr a segretario generale della Commissione, n.d.t.] risulta evidente che la causa non va cercata in noi, bensì nella struttura mafiosa della Commissione stessa. In cambio gli stati, alcuni stati europei, ci hanno dimostrato con i fatti, durante questi sei mesi, il proprio rispetto, il rispetto verso la democrazia e verso il diritto all’autodeterminazione. Perchè, ditemi, chi sarebbe capace oggi di affermare che il Belgio è contro la Catalogna? Che la Svizzera è contro la Catalogna? Che il Portogallo, l’Irlanda, la Slovenia o la Danimarca sono contro la Catalogna? Che la Finlandia è contro la Catalogna?

Sei mesi dopo, però, è soprattutto nel nostro paese che i cambiamenti vanno prendendo forma. L’autonomia è scomparsa e la repubblica viene percepita come l’unica opportunità d’autogoverno possibile per il Principato [la Catalogna, n.d.t.]. L’offensiva spagnolista, che è giunta all’apice in novembre, è chiaramente divisa e la rottura del blocco del 155 si fa evidente. E la resistenza della gente nelle strade ha impedito che la violenza dello spagnolismo riuscisse ad imporsi. Ogni fiocco giallo, ogni bandiera, ogni cartello, ogni presidio, ogni manifestazione, ogni dibattito, ogni atto pubblico, ogni sessione del parlamento, ogni mozione municipale, ogni articolo, ogni pubblicazione, ogni libro, ogni canzone, ogni blocco stradale, ogni riunione, ogni raccolta di firme, ogni versamento alla cassa di solidarietà, ogni scritta sui muri, ogni lettera inviata alle prigioni, ogni voto, sono serviti e sono stati una barriera contro il fascismo e l’imposizione antidemocratica che gli eredi del franchismo sognavano di conseguire. Bisogna, per questo motivo, dire grazie a moltissima gente, a milioni di persone, di fatto, che non hanno cessato di fare massa critica nel paese nemmeno nel momento in cui lo scoramento sembrava riuscire ad imporsi. Quando gli altoparlanti mediatici maggiormente gridavano, con toni più ansiogeni e disprezzo verso l’effettiva realtà delle cose.

Le prossime settimane, ancora una volta, rimetteranno tutto in gioco. L’esito delle domande d’estradizione e la formazione di un governo al parlamento, o nuove elezioni se ciò non avverrà, porranno nuove opportunità sul tavolo. E bisognerà saper approfittarne, meglio di come è stato fatto in ottobre. Specialmente adesso che l’Europa già comincia ad essere cosciente che con il 155 non si riuscirà a piegare i catalani, che questa storia della disfatta dell’indipendentismo è una fantasia, un wishful thinking, adesso che l’Europa constata ogni giorno con maggiore sorpresa la reale natura del regime del 1978 [anno in cui è stata approvata la Costituzione spagnola tuttora in vigore, n.d.t.].

Sta adesso, perciò, all’indipendentismo dimostrare che soltanto la democrazia può risolvere un conflitto politico che noi catalani abbiamo sempre voluto che fosse tale, e che per contro la Spagna ha sempre rifiutato di affrontare in quanto tale, cosa che ha creato il problema in cui ci ritroviamo. Un problema che ci coinvolge tutti: i catalani, gli spagnoli e, ora sì e finalmente, tutti gli europei. In ottobre l’Europa è rimasta ai margini, in tensione ma ai margini. Adesso, però, già non può più mantenere tale atteggiamento, ed è divenuta un attore fondamentale perchè il conflitto definitivamente la coinvolge e coinvolge i suoi stati membri. Ci sarà, per questo motivo e molto sicuramente, un patto politico, un accordo per risolvere ciò che non si può risolvere in altra maniera che con la democrazia. E dovrà esserci, questo accordo, perchè altrimenti la stabilità della Spagna e ormai anche quella dell’Unione Europea correranno un grave pericolo.

Il giorno in cui, però, arriveranno il patto politico e la proposta di negoziazione, i cittadini del Principato dovranno essere coscienti che è il popolo che governa e decide in ultima istanza, e non i partiti nè le istituzioni da soli. Ma anche che ci sono sedici persone che hanno dato tutto per noi e che meritano tutto il nostro supporto e la nostra riconoscenza. E ci sarà da riconoscere adeguatamente che se in ottobre l’indipendentismo non avesse difeso le urne e proclamato la repubblica, niente si sarebbe mai mosso.

Non sarebbe ragionevole, pertanto, accettare un patto al ribasso, quando abbiamo già dimostrato ampiamente che il problema è la Spagna e il suo regime tirannico, che la nostra disfatta è una chimera insensata e che la repubblica che il parlamento ha proclamato il ventisette d’ottobre è l’unica soluzione possibile che abbiamo per vivere in un paese degno, giusto e migliore per tutti. Assolutamente per tutti.